Il Vangelo
Domenica scorsa il Vangelo ci presentava l’episodio della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci ed oggi la folla chiede a Gesù di dargli “sempre di questo pane” ed Egli afferma di essere “il pane disceso dal cielo”. Questo “pane” apre un nuovo percorso storico per la coscienza dell’uomo che non può ridursi ad una semplice valutazione teorica ed astratta rispetto alle decisioni da prendere ma deve obbedire ad un criterio oggettivo: la Parola di Dio.
Gesù non ha risposto solo alla domanda che riguardava l’aspetto materiale della vita ma anche alla domanda che non gli viene posta esplicitamente: quella sul bisogno di realizzazione interiore, fa risaltare nelle persone presenti una realtà della quale essi non sono quasi più coscienti. Lo spostamento sulle necessità materiali svuota spesso la persona del suo contenuto più intimo.
“il cibo che non dura” rimanda a quanto il popolo di Israele afferma nella prima lettura: “Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà”. E’ un popolo dipendente che non trova in se stesso la sua ragione di essere, i propri valori, le motivazioni, che rimpiange la condizione di schiavitù perchè “per un verso la sua vita era più facile – non assumeva l’onere delle sue responsabilità… demandava tutto a chi percepiva come più forte di sè… ma sotto c’era la rabbia di chi doveva soggiacere alle circostanze della vita e obbedire al volere di altri… ha delegato ad altri la responsabilità di scegliere per se stesso… La mancanza di autonomia ha falsificato tutta la sua vita… Le sue relazioni sono false perchè manca la forza di una convinzione originaria…”.
Israele rimpiange quel “cibo che non dura”, sarebbe voluto morire nel paese dell’abbondanza. E’ un popolo che non è in grado di intraprendere un cammino di liberazione, di attenta consapevolezza della sua vita interiore, la condizione di mancanza di autonomia gli fa fare le cose per abitudine o per paura ma così “si diventa rigidi, poco inclini ad abbandonarsi”, centrati sul soddisfacimento dei propri bisogni, sul proprio pane. Quello di Israele è un gesto di rifiuto e di ribellione che lo porterà nel cammino sul Sinai ad un capovolgimento dei propri valori. Vuole la sicurezza assoluta ma non esiste nella vita, è un’illusione; “il coraggio autentico non è incoscienza, non è annullamento o dimenticanza di ogni timore. non è un restringimento della coscienza ma al contrario una sua espansione che, intravisto e valutato lo scopo, fa compiere l’atto di coraggio, pur permanendo la coscienza della paura”.
Israele non deve dimenticarsi di compiere di avere quel progetto genetico-spirituale originario, per questo Dio lo ha liberato, affinchè interiorizzi la Legge nell’intimo della coscienza facendo in modo che non rappresenti più uno strumento vago ed astratto, non rispondente ad un criterio univoco di giustizia e di verità.
Questo significa che per essere completamente noi stessi è necessario il momento della crisi, nel quale ci sentiamo “morire di fame”, non dobbiamo continuare a pensare, amare, agire in modo tale da ricevere il riconoscimento da parte di altri, perchè quello che ci viene dato in cambio è un cibo che crea dipendenza mentre “chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai”.
Passi biblici Gv 6,24-35; Es 16,2-4.12-15; Rm 9,1; 2 Tm 1,3; 2 Cor 4,2; Nm 11,1-6; Nm 14,1-4; Nm 17,6-28; Nm 20,2-5; 21,5; Dt 6,12; Sir 24,21; Gv 4,13a-14.