Anno A / III Domenica di Pasqua – 4 maggio 2014

Vangelo         

27 - III Domenica di Pasqua - 4 maggio 2014Vivere la risurrezione vuol dire credere nella continua trasformazione della vita, un continuo  superamento di ciò che era meno vero, meno giusto, meno corrispondente alla realtà a cui gli uomini aspirano, verso un qualcosa di più giusto, più vero, più corrispondente a ciò che chiamiamo ideale.

In noi c’è questo anelito ad una pienezza di vita ma siamo anche coscienti che tutto ciò che edifichiamo sulla terra è imperfetto e limitato; è limitato il nostro amore, la nostra giustizia, la vita che ci siamo costruiti, dove dipendiamo dagli stessi ritmi che ci siamo dati e che ci impoveriscono dentro, le nostre strutture civili e religiose che si arrogano il diritto di determinare in maniera esaustiva cosa sia bene per l’uomo, la nostra pace fondata su una momentanea sospensione della guerra, la nostra economia dove l’uomo ha perduto la sua dignità ed ha finito per essere asservito al lavoro.

Credere nella risurrezione vuol dire portare tutto ciò verso una pienezza sempre maggiore, facendo sì che la nostra vita sia una presenza liberatrice, che apporti quella novità di pensiero che può trasformare le strutture culturali deteriorate dagli interessi particolari e dalle corrispondenti ridotte prospettive di vita.

I discepoli hanno perduto la speranza nella Promessa e la crisi che vivono fa sembrare irreparabili le loro perdite nella vita. Gesù fa loro capire che il problema non è interrogarsi su cosa è accaduto o su cosa accadrà, ma riuscire a convivere con ciò che ci accade, entrare in un mondo più vasto delle nostre illusioni e del dolore che nasce da esse, perché il dono della vita che Dio offre si rivela anche tra le molte perdite che subiamo, così come il Cristo viene riconosciuto Figlio di Dio sulla Croce.

 

 

Passi biblici       Gv 15,9-17; Gv 20,19-31.

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