Il Vangelo
Gesù rifiutando l’osservanza di quelle prescrizioni rituali che fanno riferimento unicamente ad una purità esteriore. Per i farisei è un’impurità derivante dalle cose che rende impura una persona mentre per Gesù stesso è vero l’opposto perché è “ciò che esce dall’uomo, quello che rende impuro l’uomo”.
L’impurità alla quale il Maestro fa riferimento è quella che interessa il cuore, il modo di pensare, di agire. Gesù tocca l’intoccabile mostrando “l’exousia“ della parola di Dio (cfr. riflessione di domenica scorsa). Il lebbroso era considerato come un morto che camminava, impossibilitato alla comunione sia con Dio che con gli uomini e come tale era respinto in quanto fonte di impurità. Chi è colpito dalla lebbra è come un bambino nato morto (Nm 12,12) e la guarigione era considerata come la sua risurrezione. Gesù chiede di purificare la coscienza, lo stato di consapevolezza con il quale ci poniamo di fronte alla realtà. Il giudaismo organizza ritualmente gli uomini ma senza consentire loro di mettere in atto quella condizione che permette la purificazione: ritrovare il proprio centro interiore in quanto attraverso gli atti rituali rischiano di decentrarsi, vivendo “fuori di loro” in quanto gli stessi atti rituali prendono il posto del centro.
Gesù invece ristabilisce un ordine interiore là dove l’uomo era disperso. La purificazione è l’accettazione dell’umano che è in noi ed è una conversione molto profonda. Gesù riesce a vedere il lebbroso per quello che è in se stesso, con i suoi limiti, gli permette di essere visto “intero” mentre la comunità lo aveva identificato con la sua malattia. La fede dei farisei e degli scribi situava il paradiso in un cielo lontano, trascendente la dimensione umana mentre Gesù qui ci presenta “un paradiso dentro l’uomo, situato nel suo stesso cuore, radicato nella sua stessa umanità (che non è poi tanto diversa dall’umanità di Dio)”. In questo modo l’umanità del lebbroso si rivela lo spazio sacro di un “paradiso ritrovato”, del dialogo tra l’uomo e Dio.
L’Incarnazione di Dio in Gesù Cristo ci dice che “è la nostra piena umanità che abbiamo il compito di accettare ed accogliere totalmente – con i suoi limiti e le sue potenzialità – abbracciandola con un atto di amore incondizionato. E’ l’esperienza che il lebbroso fa rientrando tra i suoi familiari: egli ritorna nella sua terra interiore e nel paese dei suoi padri. E’ il rinnovamento della relazione perché egli da quel momento sa che “se la vita lo ama, anche lui può amarsi… Poiché l’amore è strettamente legato all’essenza dell’uomo, alla sua identità profonda… non è un’idea astratta, un concetto da analizzare e definire, ma… un’esperienza vissuta e sperimentata personalmente… è strettamente legato alla libertà… non si può controllare… non può essere identificato con il “dovere di amare” (vecchia e superata impostazione moralistica)… non è un “monologo autistico”, non può essere unilaterale, bensì un dialogo, una reciprocità… è sia affermare l’altro che essere affermato dall’altro… è un superamento della morte: esso infatti è un atto di vita”.
Passi biblici Mt 23,25; Mc 7,15.18s.; Mc 7,15.20-23; Mt 5,8; Nm 12,12; Mc 2,13-17; Lc 17,11-19; Mt 8,5-13; Mt 15,21-28; At 15,9; At 15,29; Eb 9,13.14; Eb 10,1-4; Eb 1,3; Eb 10,22; Eb 9,22; 1 Tm1,5; 2 Tm 2,22; 3,9; 1 Rm 1,5; 1 Pt 1,22; Is 55,8; Gv 15,19; Mc 2,27-28; 1 Cor 12,2; Lc 4,1; Gen 3,9-10; Gen 3,1-13; Gen 31,3