Anno B / V Domenica T.O.- 8 febbraio 2015

Il Vangelo

13 -  V Domenica T.O.- 8 febbraio 2015Nella seconda lettura Paolo afferma che la sua esperienza spirituale non fa appello al coraggio bensì alla debolezza: “Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli”. Abbiamo visto domenica scorsa quanto una religione possa servire da barriera fra sé e gli altri ed un’insensata competizione sul piano morale e religioso possa impoverire l’esistenza, non permettendo una vita piena di senso ma proiettandoci verso un’immagine idealizzata di noi, non aderente alla nostra umanità.

La religione autentica, vale a dire l’affermazione fondamentale del senso della vita, è qualcosa di diverso”. Essa è “la possibilità concreta della liberazione dell’anima umana… che è affermazione da parte dell’uomo della propria libertà di essere se stesso… poiché la sua libertà coincide con il esser-ci cioè nel suo essere ciò che è, che comprende anche i suoi limiti, la sua condizione di esistenza terrena, i suoi legami, le inconsistenze, la sua sessualità, il corpo, i sentimenti, le ferite, le sue catene… L’uomo si riconosce come Dio semplicemente essendo ciò che è: non Dio dunque, ma l’uomo stesso, quando può affermare “Io sono quello che sono”… non c’è la dualità fra la spiritualità da una parte e la materia che ostacola dall’altra”.

Nella prima lettura vediamo attraverso la figura di Giobbe cosa accade alla persona quando viene a mancare il significato che la religione dà alla vita: “I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza”. Egli sente che la sua vita è priva di scopo e non ha alcuna direzione; “ogni persona ha bisogno di uno scopo nella vita, anche se frammentario, in cui credere. Senza scopi non esiste significato; e senza significato, alla fine, diventa impossibile vivere…”.

E’ un’esperienza così lacerante che l’uomo “arriva a soffrire così tanto che è disposto a rinunciare a qualsiasi cosa, anche alla vita, se necessario”. Occorre arrivare ad una comprensione della vita rendendosi capaci di accettarla e di affermarla anche se possiamo avere l’impressione di averne incontrata così poca.

E’ l’esperienza pasquale della risurrezione nella quale l’uomo rinasce interiormente acquisendo il senso di una vita che supera il limite dell’autonomia di prospettiva nella quale egli stesso l’ha rinchiusa che è propria di un egocentrismo frustrante.

Per Gesù la cura della vita è più importante del giorno di sabato, della Legge, anzi ne esprime il pieno significato per l’uomo; per questo egli guarisce persone malate in giorno di sabato. Gesù ridona all’uomo ciò di cui è stato privato dalla religione stessa che è il dono della libertà perché “l’uomo privato di essa è privo di se stesso, diventa un non-uomo, deve solo mostrare di sentire ciò che gli viene richiesto e compiere gli atti corrispondenti”.

Gesù attraverso i suoi gesti di guarigione, di liberazione, tocca l’anima dell’uomo in modo tale che possa rendersi conto che “in lui e attraverso di lui c’è il fluire della vita… è lasciato libero di essere se stesso, di essere quello che è e se farà questo non potrà che scegliere il bene suo ed allo stesso tempo anche quello degli altri”. Per questo Gesù compie la guarigione dell’interiorità dell’uomo simbolicamente attraverso il corpo perché attraverso di esso può fare esperienza dell’anima.

 

 

Passi biblici     Fil 1,12-13;  Mc 16,6; Mc 3,1-6; Mc 1,21-28; Lc 4,31-37; Mc 1,29-31; Lc 4,38- 39; Mc 3,1-6; Mt 12,9-14; Lc 6,6-11; Lc 13,10-17; Lc 14,1-6; Gv 5,1-18; Gv 9,1-41.

 

 

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