Vangelo
“Perché mi hai veduto, Tommaso, hai creduto? Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno”.La Pasqua è esperienza profonda d’incontro con Gesù, esperienza in cui, solo passando attraverso la porta stretta dell’apparentemente “nulla” avremo accesso alla gloria. Eppure noi continuiamo a voler vedere: la fabbrica dei produttori di miracoli rimane sempre aperta! In realtà ci viene chiesto di ritrovare la presenza di Dio dentro la carenza di senso apparente della storia, nell’esperienza della fragilità della condizione umana.
Gesù appare al centro di quella comunità che è a porte sprangate, impaurita, nascosta, senza il coraggio di pronunciarsi pubblicamente, come spesso, dietro ai proclami che risultano dalla proliferazione dei documenti dopo i nostri convegni, sono le comunità nelle quali siamo inseriti, il cui compito non è quello di “amministrare” la vita sacramentale rinchiudendola dentro astratti riti, sotterrando il talento dell’annuncio in attesa della Parusia, bensì è quello di “dare vita” a quella nuova società che ha la sua origine in Cristo, senza delegare questo compito a coloro che continuano con le loro “menzogne senza limiti, i debiti senza numero, le riunioni senza risultato, il progressismo senza cervello, una politica senza carattere, un cristianesimo senza verità evangelica, una chiesa senza forza, un popolo senza pace, a non volersi rendere conto che ci troviamo ad un bivio della storia” in cui abbiamo la possibilità di scoprire cosa ci appartiene veramente: la vita!
Il Dio che noi professiamo non è un Dio che certifica le morti ma dei viventi! Il compito dei cristiani è quello di rendere il mondo più “divino”, ma ciò sarà possibile solo quando in tutti i rapporti reciproci introdurremo il momento del perdono, della sospensione del giudizio sulla persona, in quanto il rapporto con Dio Padre non può essere distrutto da nessun comportamento, perchè la Sua misericordia si manifesta quando promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo.
“A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”, non vuol dire che il perdono di Dio è legato ai nostri criteri di giustizia o di ingiustizia, legati spesso a certi “personalismi”, né che possiamo sbarrare la strada della salvezza secondo criteri ideologici, per difendere i piccoli o grandi gruppi di potere. Tantomeno che il potere sacramentale consegnato nelle mani dei ministri di Dio debba in alcun modo essere “garante” di tali suddetti personalismi, coprendo interi sistemi di ingiustizia e di corruzione, soffocando con l’unzione stessa ricevuta la forza dell’unica Parola.
Il modo con il quale una comunità “amministra” il suo potere di riconciliare in Cristo le persone è quello che scaturisce dal modo in cui si pronuncia in modo positivo o negativo nei confronti dei sistemi di ingiustizia presenti nella vita delle comunità concrete. A coloro che rompono con l’ordinamento ingiusto la comunità dichiara che il suo passato non è più, mentre, al contrario, a coloro che persistono nella loro ingiustizia, la stessa comunità imputa il peccato comprovato dal fatto di non dare adesione al messaggio di Gesù, in quanto il cuore umano è cuore nella misura in cui è capace di amare o negare l’amore (odiare).
Non si tratta di un’imputazione pubblica o giudiziaria ma dell’evidenza della loro attività in contrasto con l’attività di Dio a favore dell’uomo. Questo è ciò che mantiene l’imputazione di peccato. Perciò quando vengono instaurati fattivamente o per omissione (non esistono non scelte) rapporti compromissori con persone legate a “sistemi di ingiustizia”, lì decade la testimonianza della comunità e viene meno l’annuncio della misericordia di Dio, perciò la Chiesa viene meno a ciò per cui è stata chiamata.
Passi biblici Gv 1,38 ; Gv 20,2; Gv 11,16); Gv 14,5; Gv 13,1; Gv 20,25; Gv 20,22; Gv 13,35; Gv 20,24; Gv 17,15; Gv 12,24-25; Gv 20,29; Mt 7,20-23; Gv 8,23; Gv 15,3; Gv 3,19-20; Gv 16,9; Gv 18,1; Gv 20,17.
