Vangelo
Matteo si rivolge ancora ai capi dei sacerdoti ed ai farisei, alle guide della comunità religiosa e civile alle quali fa presente la responsabilità della loro condotta: esse si sono curate dell’interesse personale, hanno cercato l’appoggio delle persone che hanno potere e influenza nella società civile ed hanno tralasciato consapevolmente e colpevolmente il bene della popolazione.
Il brano presenta un re che manda i suoi servi a chiamare gli invitati ad una festa di nozze; simbolicamente è un invito che il Signore rivolge ai cristiani a vivere lo stile di vita del Vangelo iniziando ad edificare già qui il Regno, le cui “strutture” non sono apparati burocratici ed autoreferenziali ma luoghi di condivisione e di presa in carico di tutte quelle realtà, materiali e spirituali, che fanno parte dei percorsi della vita.
Gli invitati non vanno al pranzo di nozze: la ragione del rifiuto è data dal fatto che per essi sono più importanti altre cose: il POSSESSO (il “campo”) e l’INTERESSE PERSONALE (gli “affari”), sono ormai entrati in quella dimensione di vita dove non si condivide più e non ci si prende cura della vita degli altri, non vogliono accettare le condizioni del discorso della montagna. Il genere umano d’altronde è come un immenso condominio: uomini e donne possono rimanere una vita insieme senza voler vivere alcun legame gli uni con gli altri e può accadere che gli amministratori (coloro che hanno responsabilità nella vita civile e religiosa) che vengono scelti per rappresentare l’interesse comune vengono sollecitati per fare l’interesse solo di alcuni.
Questa parabola descrive il cammino interiore dell’uomo il quale deve tenere sempre insieme due dimensioni: chi è Dio e chi è diventato egli stesso. Non si tratta di vivere in maniera schizofrenica da una parte l’osservanza della Legge e dall’altra il rapporto con noi stessi senza che si influenzino a vicenda (la religione come fatto privato). La Legge presa da sola non responsabilizza l’uomo, lo fa diventare sicuro di sè, di quello che vuole solo per se stesso ma è una consapevolezza costruita sul niente, sulla sabbia perché non gli permette di riconciliarsi con la sua storia personale, anzi, gli fa convincere di essere il risultato di essa, preso in ostaggio dal suo “curriculum vitae” mentre egli è più di tutto ciò che ha costruito.
Essere invitati alle nozze vuol dire che dobbiamo aver cura dell’abito, del nostro modo di essere presenti nel mondo (l’identità), che dobbiamo trattare con tutto quel che abbiamo per quanto ritroviamo in noi sentimenti contraddittori tra di loro. Dobbiamo guardarci dentro con amore: allora possiamo indossare “l’abito nuziale” e partecipare al banchetto: non possono coesistere in noi l’immagine di Dio che ci fa comprendere di essere suoi figli e l’immagine negativa che ci siamo fatti di noi stessi che non ci fa sentire degni di condividere la sua vita.
Passi biblici Mat 21,45; Gn 4,9; Mt 6,24; Lc 15,32; Lc 18,9-14; Gal 3,7; Gal 3,10; Gal 3,26; Gal 3,18; 2 Cor 3,17; Gal 3,21-25; Mc 2,13-17; Mt 7,24-27; Mt 18,2-5; Mt 13,24-30; Mt 22,1-14