Vangelo
Il brano di questa domenica è inserito all’interno di una pericope (Gv 2,23-3,21) il cui tema è quale sia il vero fondamento della fede in Gesù, se l’adesione data a Lui corrisponde ai segni che realizza durante la sua missione pubblica, se i cristiani hanno conservato le opere di Dio o ne hanno venduto l’eredità. Le autorità del tempio si erano rifiutate di accettare la sua missione e soprattutto la denuncia di Gesù in riferimento ad un culto, ad una fede e ad una prassi di vita che non corrispondevano ai segni che Dio aveva realizzato nella storia del popolo di Israele. Gesù denuncia la profonda discrepanza che c’è fra la loro professione di fede e la prassi di vita mentre il Regno ricevuto dal Padre non ammette divisioni, non possono coesistere la Sposa e la prostituta, la donna che serve il Signore e quella che serve la Bestia (Ap cc. 17-18).
I responsabili del tempio hanno pensato di poter conservare il vero potere continuando a negoziare con le autorità di turno nell’ambito del potere civile, politico, economico, quei fautori di ingiustizia e di morte che rifiutavano il fatto che Dio avesse manifestato il suo amore per il mondo, che avesse preso l’iniziativa nella storia per fare in modo che la “morte” non fosse l’ultima parola per l’uomo. Quello che viene messo in discussione di Gesù è che Egli si presenta come la fonte e la norma di vita che deve necessariamente corrispondere a questa fonte, per cui la Sua presenza provoca l’opzione dell’uomo in riferimento al rifiuto da parte della persona della radicale forza della vita eterna che è l’amore: o si è a favore dell’amore che lo Spirito ha infuso nei nostri cuori o si è contro di lui; non esiste possibilità di commistione, di indifferenza dinanzi all’offerta dell’amore. E’ quello che ha detto Papa Francesco riguardo al giudizio di Dio sui corrotti, gli schiavisti e gli sfruttatori che sono presenti anche in mezzo a noi, nei contesti di vita quotidiana, nelle nostre città: basti pensare al mondo del lavoro, alla finanza, all’esercizio “privato” del bene pubblico, all’uso autoritario dei ruoli nelle istituzioni civili e religiose. Sappiamo però che al di là dei moti ricorrenti di scandalo nei quali molti quando parliamo di queste cose si “dividono le vesti”, la grande “offerta” da parte di questi signori della morte ha la sua ragione d’essere in un’altrettanto grande “domanda”! Nessuno è privo di tale coscienza ed essa diventa norma di condotta, testimone e giudice interiore, indica il luogo in cui la persona si assume la responsabilità della sua vita, decidendo di assegnare o meno alla carità il primato nella regola di condotta.
Il rifiuto del nome dell’Unigenito Figlio di Dio comporta il rifiuto di considerare tutto ciò che concerne l’ordine sociale ed il conseguimento del bene comune, l’esclusione di Dio e la dimenticanza verso i fratelli, l’indifferenza verso le attese dell’umanità a noi vicina, non solo in altri continenti ma all’interno dei contesti quotidiani nei quali viviamo. Qualcuno direbbe: “ignoranza invincibile”, data dal fatto che, come spesso accade di sentir dire, l’omissione della verità di ciò che pensiamo diventa spesso garanzia della sopravvivenza negli ambienti dove viviamo: famiglia, lavoro, politica, Chiesa, giustizia, ambiti educativi. Per questo motivo continuiamo a cercare dei “salvatori” a livello civile e religioso che possano garantirci l’espressione di ciò che per troppo tempo abbiamo omesso.
Passi biblici Gv 2,23-3,21; Gv 1,15; 11,53; 12,10; 19,15; Ap cc. 17-18; Gv 3,13-18; Gv 1,16; Gv 6,37; Gv 3,21; Gv 8,47; Mt 7,12°; Mt 17,24-27; 22,20-21; Mt 19,16-20; Lc 12,54-57; Mt 19,17-20; 1 Cor 6,9-11; Gal 5,19-21; Ef 5,3-5; Col 3,5-8; Ap 21,8; Mc 7,14-23; Rm 5,5-8; Lc 22,44; Rm 7,18; Ger 31,33-34; Rm 2,14-15; Rm 12,2; Gv 15,1-8; Mt 7,12; Gen 4,9-10; Rm 8,29; Mt 6,33.
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