Il Vangelo
Le letture di questa seconda domenica di Avvento cadono all’interno di un tempo liturgico dove siamo chiamati a promulgare l’“anno di misericordia” poiché l’amore del Signore si manifesta sempre come forza di giustizia.
Isaia si rivolge a Gerusalemme che da città portatrice di “giustizia” è diventata una “prostituta” perché si è messa a praticare l’ingiustizia ed a “schernire il diritto” mentre i “capi” di questa stessa città sono divenuti “complici di ladri” e la “corruzione” sembra essere la sua caratteristica principale. Il profeta sta dicendo a questa città che senza la pratica della “giustizia” essa non può sopravvivere perché è uno spazio di vita comune e non un’area che può essere lottizzata e conquistata da alcuni. Il motivo della sua distruzione è dato dal fatto che l’ordine etico è stato sconvolto tanto che “chiamano bene il male e male il bene”.
Il cristianesimo ha perso la propria rilevanza nella storia ogni volta che non ha avuto il coraggio di esprimere questa capacità profetica ed è stato forzatamente inculturato all’interno di un sistema di pensiero dove il Vangelo non poteva assolutamente trovare piena accoglienza.
Isaia era consapevole del fatto che “non ci si può presentare a Dio senza portare con sé la carne dei fratelli, non si può celebrare un atto di culto che in se stesso esprime comunione, con le mani macchiate di divisione. Sarebbe uno snaturamento del culto, una perversione della religione” perché Dio vuole parlare “al cuore” dell’uomo.
In questo Avvento stiamo aspettando Colui che insegna all’umanità una nuova sete ed una nuova fame di libertà, verità, giustizia, pace, condivisione, un “nuovo inizio” del mondo in mezzo alle privazioni del “deserto” delle nostre città. Dio ci chiede di “Parlare al cuore” di esse affinchè gli uomini non dimentichino chi sono veramente e che cosa davvero potrebbero vivere.
Essere battezzati vuol dire ricevere il proprio “nome” all’interno di una realtà sacra, non contaminata da devianze di ordine culturale ed ideologico: non è l’uomo che decide chi è “persona” ma Dio stesso e non comprendiamo purtroppo che il giudizio consiste in questo: nel momento stesso nel quale decidiamo di inserire o di escludere un uomo o una donna, un popolo o un’etnia (come è già accaduto nella storia) dalla categoria “persona”, ci escludiamo dal Regno.
Dobbiamo decidere “oggi stesso” se vogliamo diventare riferimenti di un nuovo modo di vivere in modo tale da originare forme di vita veramente umana, andando oltre quelle che fino ad ora abbiamo accettato come assolute, trasferendo l’aspirazione ad una maggiore giustizia, verità, pace dentro i limiti dell’esperienza individuale o di gruppo, familiare, sociale, diventando prigioniero di realtà che sono imperfette e incomplete.
Abbiamo assolutizzato i nostri sistemi educativi, le strutture sociali, quelle religiose che non sono riuscite neppure per brevi periodi a stabilire la pace sulla terra ma quando capiremo che esse sono tutte imperfette e superate e che “dovranno finire” e decideremo di non chiamare eterno ciò che non lo è, di non vivere più esclusivamente per cose legate al tempo, saremo capaci di rispondere alla richiesta di Gesù: “preparate la via” perché vorrà dire che avremo in noi l’aspirazione ad esigenze superiori, verso l’assoluto perché il Natale ci restituisce la nostra unicità di esseri umani che tendono a qualcosa che va sempre oltre alle proprie realizzazioni.
Solo allora potrà rivelarsi “la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno”.
Passi biblici Is 40,1-5.9-11; Mc 1,1-8; Is 1,21-23; Is 5,8; Mt 3,15; Is 61,1-2a; Is 1,10-15.17b; Gv 11,44; Is 65,17; Mc 1,15
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