Anno B / XXIV Domenica T.O. – 13 settembre 2015

Il Vangelo  

41 -  XXIV Domenica T.O. - 13 settembre 2015Dio è “Colui che parla” e facendo questo cerca una relazione con l’uomo perchè possa conoscerlo e  suscitare così la sua libertà, come facciamo con le persone delle quali ci fidiamo profondamente. La Scrittura nella sua complessità chiede di fare attenzione a chi si ascolta, a ciò che si ascolta, a come si ascolta e questo significa un continuo discernimento fra la Parola di Dio e le parole.

La mancanza di ascolto è legata spesso alla paura di conoscere se stessi e gli altri: le proprie emozioni, impulsi, pensieri, memorie ma questa paura è legata al fatto che abbiamo timore di conoscere ciò che altri pensano di noi, vogliamo proteggere la stima di noi stessi e l’immagine ideale che ci siamo fatti, per questo ci rifiutiamo di confrontarci con quella parola; oppure vogliamo evitare di essere consapevoli di verità spiacevoli e dolorose. Questo non può non avere ripercussioni anche sull’ascolto della Parola.

La paura di ascoltare è perciò un atteggiamento difensivo che mette però in moto un altro tipo di paura: quello della conoscenza di noi stessi ma facendo questo non ci permettiamo di conoscere quella parte dentro di noi che è “simile” a Dio. Quella domanda “Ma voi, chi dite che io sia?” rivolgiamola a noi: “Ma io chi sono?” affinchè ci apra alla conoscenza ultima che abita in ognuno di noi.

L’ascolto, la conoscenza e l’azione sono strettamente legati ed è quando conosciamo ciò che è giusto o non è giusto che l’azione segue di riflesso tale conoscenza e possiamo fare scelte responsabili. La paura di “ascoltare è legata allora alla paura della responsabilità, delle conseguenze che derivano dal conoscere perchè se si conoscesse veramente dovremmo agire di conseguenza mentre abbiamo occhi ma non vogliamo vedere, abbiamo orecchie ma non vogliamo ascoltare, perchè il nostro io è diventato “insensibile”

Il modo nel quale ascoltiamo è importante nella costruzione dell’identità personale; la domanda: “Ma voi, chi dite che io sia?” ne implica un’altra: “Qual è il modo con il quale voi vi ponete di fronte a me?”. Per questo motivo Gesù la fa precedere da un’altra domanda: “La gente, chi dice che io sia?” che riguarda l’opinione degli altri perchè sa che anche i discepoli tendono a percepirsi ed a considerarsi nel modo in cui gli altri li percepiscono e li considerano per cui “non sanno più rispondere in modo chiaro alla domanda “chi sono io?” e non essendo certi della propria identità non sono capaci di distinguere quella di chi è di fronte a loro”.

Gesù dicendo: “chi vuole salvare la propria vita, la perderà” sta affermando che per vivere in pienezza la propria esistenza dobbiamo maturare la capacità di osservarci con obbiettività, non facendoci influenzare da quello che  la “gente” vede di noi, non dando spiegazioni affrettate di quello che vediamo, riconoscendo quell’aspetto di noi stessi su cui può poggiare il nostro vero Io, avendo presenti i riferimenti “essenziali” che decidiamo di darci nella vita.

Gesù ci indica come questo è realizzabile nella preghiera: “quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto” (Mt 6,6) dove la “camera” rappresenta quel luogo in noi dove possiamo frapporre uno spazio fra ciò che siamo veramente e la parola della “gente” su di noi, dove riprendiamo contatto con la nostra bellezza originaria, dove sappiamo “chi siamo” e “chi vogliamo essere” perchè le motivazioni che ci diamo per raggiungere una determinata meta nella vita sono basate sul significato che noi stessi attribuiamo ad essa. Ci diamo una meta da raggiungere se abbiamo delle motivazioni che ci spingono verso quella meta, ma le motivazioni sono basate sul significato che attribuiamo alla vita.

 

Passi biblici    Is, 50,5; Mc 8,27b; Mc 8,29; Mc 8,35;Is 1,2; Is 5,4; Is 5,20; Is 55,3; Ger 13,15; Sal 40,7; Es. 32, 3-4; Mt 13,13-16; Mt 16,11-19; Lc 17,21; Mt 16,19;Mt 6,6.

 

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