Anno C / IV Domenica T.O. – 31 gennaio 2015

Il Vangelo

10 - IV Domenica T.O.  (anno C) - 31 gennaio 2015Luca fa risuonare ancora l'”oggi” presente nel brano della scorsa domenica. In questo caso gli abitanti di Nazaret hanno la possibilità di riconoscere chi è Gesù: egli è vissuto in mezzo a loro, conoscono la sua famiglia e la sua storia ed ora possono vedere ciò che è presente dietro a tutto ciò che esiste, la verità di quell’essere umano.

Gesù avvicina uomini e donne che, come noi, si ricordano spesso delle cose da fare e si dimenticano delle persone senza comprendere che senza di esse quelle stesse cose non hanno più niente da dire e c’è un rischio ancora più grande: sentire la mancanza degli altri ma non di se stessi.

Risuonano quel “Non è costui il figlio di Giuseppe?” assieme al “Ma voi, chi dite che io sia?” del Vangelo di Marco: queste due frasi mostrano la difficoltà degli abitanti di Nazaret di riconoscere nell’uomo Gesù la presenza del Messia da loro atteso: si domandano che rapporto ci può mai essere tra un uomo nel quale sono presenti gli istinti, i vizi e le virtù, le tendenze e le aspirazioni appartenenti a tutta l’umanità e Dio. Il termine “testimonianza” al v. 22 rafforza quell’atteggiamento poichè “fa parte del linguaggio giudiziario ed indica una deposizione a favore o contro qualcuno.

Il motivo di questa reazione è dovuto al fatto che Gesù propone non una dottrina, nè un semplice messaggio che possiamo ascoltare o meno ma se stesso: la via della salvezza non è un insieme di obblighi, di riti da mettere in atto meccanicamente, senza alcun rapporto vitale con il Dio della vita.

La ragione dell’atteggiamento di disapprovazione per gli abitanti di Nazaret ed il più grande ostacolo nell’accesso al riconoscimento del Messia è l’umanità di Gesù il cui rapporto con Dio è caratterizzato da una relazione nella quale prevale l’intuizione della Sua presenza amorosa, di limiti e della separazione, il bisogno di avere un contatto vitale, un’esperienza di felicità, di amore, di soddisfazione nel contatto con l’origine di sè e delle cose. Il rapporto vitale con Dio permette a Gesù di fare esperienza della più completa integrazione psicofisica e gli fa vivere “una religiosità caratterizzata dalla propria missione, vissuta come attuazione della vocazione personale.

Gesù afferma che in lui si è compiuto l’amore del quale parla Paolo nella seconda lettura. Esso è superiore alla torah e chi vive in esso vive nello Spirito e in Gesù Cristo, l’unica via che può condurre al Padre. “L’io del cristiano senza l’amore è inconsistente… ed egli non comunica assolutamente niente”: il credente può “comunicarsi” ma nello stesso tempo non “comunicare” per cui ogni espressione della vita cristiana è semplicemente nulla, “non solo è sminuita ma decisamente svuotata… viene svuotata ogni sua azione”.

 

Passi biblici    Lc 4,21-30; Mc 8,27-30; 1 Re 17,7-24; Lc 4,40-42; Lc 4,28-29; Gal 5,16; Rm 8,4; Col 2,6-7; Gv 14,6; 1 Cor 13,1.

 

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