Anno C / IV Domenica di Pasqua – 17 aprile 2016

Il Vangelo

21 - IV Domenica di Pasqua (anno C) - 17 aprile 2016Nei versetti precedenti (10,1-18) Gesù si è identificato con la “porta” attraverso la quale le pecore possono vivere la vita in pienezza così uomini e donne possono entrare nella propria casa interiore, nuovamente o, forse per la prima volta, prendere  contatto con se stesse dopo essere stati feriti da quegli “estranei” che, volendo usare l’altro per se stessi, non entrano in contatto con lui passando per la porta dell’interiorità ma scavalcano la cinta e penetrano con la violenza in quella stessa interiorità portandolo nel terreno della paura.

Gesù si presenta come la “porta” attraverso la quale la persona diventa più consapevole di dove è stata ferita e cosa in lei è stato ferito, cosa può fare ora delle ferite stesse. Gesù offre alla persona l’accesso alla vita divina, alla pienezza della vita che non è limitata dalla ristrettezza della propria storia personale.

Gesù è il “buon pastore” che è seguito perchè per mezzo di lui le persone comprendono che la vita è basata sul rapporto che ci diamo a vicenda. Quando il servizio diventa uno strumento di autoaffermazione (“il mercenario”), per mettere se stessi al centro, non troviamo più in esso un valore capace di dare significato alla vita perchè si basa sul riconoscimento da parte degli altri, è carico di paura ed è privo di quella comprensione intelligente ed amorevole che porta ad agire in maniera adeguata a ciò che l’altro mi sta portando, nel rispetto della sua richiesta e di ciò che è nel profondo. Il servizio del “mercenario” si ferma alle apparenze ed è influenzato da stati d’animo occasionali, non è un amore che libera bensì che tenta di possedere, separa mentre il vero amore non può essere diviso ma solo moltiplicato (cfr. Gv 1,15: la moltiplicazione dei pani).

Nell’amore del “Pastore” invece è presente una “volontà di bene”, vuole conoscere la realtà dell’altro (“io le conosco”), non è influenzato dai propri vantaggi o dalle proprie preferenze, riconosce nei suoi confronti un sentimento di profonda unione tanto da accettare in libertà di dare la vita per loro.

L’uomo se vuol essere conosciuto nella propria unicità e profondità ha però bisogno di lasciarsi amare da Dio nell’ascolto (“ascoltano la mia voce ed io le conosco”) e dalla vita stessa nella quale è stato ferito rendendo così se stesso una persona che ama. La condizione per poter avere questo ascolto è quella di entrare nella medesima vita nella quale siamo stati feriti perseverando “nella grazia di Dio”, decidendo cioè di vivere con un atteggiamento pieno di significato perchè solo se la vita ha un senso sono possibili la libertà e la volontà che fanno entrare e uscire (Gv 10,9) per la porta che è Cristo, l’accesso alla pienezza di significato dell’esistenza.

 

Passi biblici    Gv 10,1-18; Gv 10,7-17; Gv 11,28; Gv 10,19; Gv 2,15; 5,2; Gv 10,5; Gv 3,15-17; Gv 5,21.24.40; Gv 6,27.40.51.54; Nm 27,17; Dt 28,6; 1 Sam 29,6; Sal 121,8; Gv 10,12; Gv 1,15; Gv 10,11; Gv 10,9.

 

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