Il Vangelo
“Io sono la vite, voi i tralci”… ormai siamo abituati ad ascoltare questa frase e non ci meraviglia più ma se immaginassimo di sentirla per la prima volta “ci potremmo domandare se siamo veramente innestati nel ceppo di vite che è Cristo”.
L’immagine della vite è diffusa in molte culture e nell’Antico Testamento era il simbolo di Israele come popolo di Dio. Gesù afferma di essere “la vite vera”, il vero Israele, la realtà che si oppone alla Legge. La vigna è stata piantata dal Padre: “il Padre mio è l’agricoltore”, è lui ad averne cura; essa rappresenta la comunità nella quale ogni membro ha una missione da compiere, così come ogni “tralcio” ha un frutto da portare: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia”.
Il “frutto” che l’agricoltore attende dalla propria vigna è il buon vino, “sono i nuovi valori che Cristo ha introdotto nella coscienza del tutto differenti da quelli ai quali noi naturalmente aspiriamo… Non possiamo pretendere che la linfa di Cristo percorra la coscienza umana se noi, che crediamo , non ci trasformiamo in questa realtà di Cristo”. Per far questo dobbiamo poter comprendere il senso delle parole, perché l’uomo è malato del senso del “dominio”, dell’autoreferenzialità che gli fa leggere la realtà con le sue uniche chiavi di interpretazione.
La vigna richiede cure lungo tutto il corso dell’anno e così è per la nostra vita interiore: è fondamentale innestarsi nella vite separandosi dall’ordinamento ingiusto. Un buon “frutto” può avere origine solo dalla vita di una comunità che si presenta come una società alternativa al sistema nel modo di pensare, progettare, amare, vivere sapendo che il dinamismo dell’amore come norma di vita, non è qualcosa di automatico ma richiede una decisione, l’abitare la Parola: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”.
“Chiedete quello che volete e vi sarà fatto”; che cosa chiediamo in realtà? Il mondo è il risultato di ciò che siamo e di quello che chiediamo. Come l’agricoltore fa con la sua vigna, dovremmo aver cura dei nostri pensieri e delle parole per essere consapevoli dell’intenzione con la quale li formuliamo e allineare i nostri pensieri con quello che vogliamo si manifesti nella vita. La vita di Gesù è un manifestarsi di ciò che egli è in se stesso nel modo più pieno e maturo perché “una ghianda non può che diventare una quercia”, questo è un vincolo certo ma anche la sua libertà perché solo diventando quello che è chiamato ad essere potrà sentirsi libero.
Il “frutto” richiesto dal Padre ha bisogno che il sentimento libero della persona (“Ogni tralcio”) si muova nell’umiltà cioè nella verità del “terreno” di base su cui si innestano e dove affondano le loro radici i sentimenti e le qualità dell’uomo che solo rendono l’essere umano veramente umano. L’uomo “impoverito della propria umanità, depauperato di se stesso, alienato da sè, dagli altri e dalla vita, deprivato del proprio cuore e dei sentimenti”, diviene diverso da se stesso perché tutto ciò gli fa consumare il senso della vita, lo fa deviare dalla possibilità di diventare “il profumo di Cristo: odore di vita per la vita”.
Gesù a Cana offre il “vino nuovo”, il frutto di quella parte buona e innocente della natura umana che è essenzialmente amore ed è situata non nel cervello ma nel vuoto apparente del cuore. Una volta che abbiamo bevuto il “vino nuovo” sentiamo l’esigenza di guardare gli altri con rispetto perché “l’uomo, in quanto anima, non può che essere sempre e soltanto “bene”, per cui il male non esiste… esiste solo il compito non riconosciuto, cioè il bene non fatto, il disconoscimento del bene, la sua dimenticanza”.
Passi biblici Sal 80,9; Is 5,1.7; Ger 2,21; Ez 19,10-12; Os 10,1; Os 14,8; Ger 6,9; Ez 17,5-10; Gv 1,4-9; Gv 2,1-11; Gv 8,12; Gv 6,32; Is 5,1-7; Gv 8,31; 2 Cor 2, 15-16; 15,19; Gv 2,9b-10; Ger 31,33; Gv 1,17; Gv 2,9a