Il Vangelo
Con l’inizio del brano di oggi ci ricolleghiamo a quella della domenica precedente nel quale Gesù pone ai suoi discepoli una domanda riguardo alla sua identità: “Chi dite voi che io sia?”. Nella vita “Ci diamo una meta da raggiungere se abbiamo delle motivazioni che ci spingono verso quella meta, ma le motivazioni sono basate sul significato che attribuiamo alla vita“.
Il Figlio che dona ciò che è “accetta” la morte e un tale atteggiamento implica una piena disponibilità di sè, il sapere il significato che vuole dare alle sue scelte e le motivazioni che stanno alla base di esse perciò la libertà. Ciò che dice Gesù: “Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini”, significa “accettare” che vuol dire rendersi “responsabili della scelta del nostro atteggiamento interno invece di perder tempo ad accusare emotivamente il mondo esterno… Non si tratta neanche di approvazione… E’ rinunciare alle pretese infantili, ai sogni ad occhi aperti, ai capricci, ai timori irrazionali ed entrare in contatto con i ruvidi contorni della realtà… anche quando è spiacevole o perfino tragica… tutto ciò non esclude la lotta ma la subordina a una visione chiara della realtà… solo un atteggiamento di accettazione cosciente gli avrebbe permesso di mantenere una chiara consapevolezza delle sue scelte reali. L’accettazione volontaria della propria condizione da parte di Gesù è un atteggiamento di “sopportazione”, una qualità fondamentale quando viviamo per un lungo periodo condizioni inevitabili di sofferenza“.
Questo è l’atteggiamento di Gesù, non una sopportazione intesa come rassegnazione passiva e frustrata. Il farsi “servo” (Fil 2,5) di Gesù restringe certamente la sua libertà, nel senso che ogni scelta comporta una rinuncia e chi si mette nella condizione di non scegliere fa in modo che altri lo facciano al suo posto ma non lo fa rinunciare ad essa bensì gliela fa assumere e questo è un compito che appartiene anche a tutti ed in cui ognuno di noi è solo perchè “l’accettazione veramente autentica non ha più aspettative… è essenzialmente una percezione intuitiva della giustezza fondamentale del tutto”, anche di ciò che in quello stesso momento ci sembra assurdo.
Le parole di Gesù anticipano i criteri della moderna pedagogia per la quale “Il bambino alla nascita è già una volontà che tende alla sua espressione… inizia da subito a interiorizzare l’amore che gli viene dato come amore per se stesso e l’affidabilità dell’ambiente esterno come fiducia in sè; il suo stato di coesione interno è sorretto dall’altro”. Le qualità positive del bambino sono: “la semplicità, la fiducia candida, l’affettività spontanea, l’ammirazione, la meraviglia, la gioia”. Chi eredita dall’ambiente familiare una tale fiducia originaria da adulto guarderà la realtà intorno a sè con gli occhi della fiducia nella vita dei bambini e degli adolescenti, non avrà timore di rischiarla, perchè la fiducia stessa è la condizione grazie alla quale ognuno di noi può trovare la propria identità e la fede la prolungherà attraverso l’epifania, la manifestazione al mondo di “chi siamo” realmente. Senza una tale fiducia originaria non si può formare l’identità personale, sarà difficile relazionarsi, creare profondi legami sociali ed una reale comunità politica.
Ecco perchè Gesù mette al centro un “bambino” perchè in Gesù stesso l’amore, il pensare ed il fare sono congruenti fra di loro perciò Egli pone come fondamento di una società le qualità più alte che sono alla base della formazione di ogni personalità umana.
Passi biblici Mc 8,27b; Mc 9,36a; Sap 2,19b; Fil 2,5; Mc 15,34b; Is 3,4; Sap 12,24; Sap 15,14; 2 Re 2,23; Sir 30,1-1.