Anno A / XXV domenica T.O. – 21 settembre 2014

Vangelo         

48- XXV domenica T.O. - 21 settembre 2014L’uomo deve superare la sua prospettiva a senso unico, il monologo interiore, per confrontarsi con la logica del pensiero di Dio che è relazionale. Dio chiede di cambiare direzione, modo di pensare, di cercarlo nell’unico tempo del quale qui noi possiamo fare esperienza che è la nostra vita. Egli a differenza delle divinità pagane – quelle che i deportati incontravano nella religione dei babilonesi – non abita in una statua, non si identifica con delle rappresentazioni personali o dei sistemi di pensiero ideologici perciò non è manipolabile dall’uomo, è quest’ultimo che deve cercare di porsi sotto la volontà del progetto di Dio, il quale si consegna solo a chi va a lui con fede.

il Regno è una storia, una crescita, una ricerca, una semina, un ritorno, una vigna dove si lavora, un pane che lievita, è qualcosa di concreto in movimento, è un’azione in cui ci viene proposto di entrare con un nuovo atteggiamento mentale.

L’atteggiamento di Dio disturba i discepoli: essi non accettano i criteri con cui Dio vuole gestire la propria vigna, l’umanità. Dio sta dicendo che gli “ultimi”: i pagani, i senza Dio schiavi degli idoli, i pubblicani e le prostitute ritenuti pubblicamente peccatori, i quali non si curavano della legge di Dio, sono loro passati avanti, aprendosi alla Parola e alla grazia di Cristo. E’ questo annullamento delle distanze che provoca la loro reazione! Sono concentrati sui propri meriti e Dio sta giudicando la loro visione di vita.

Per i farisei “la dimensione divina della vita è collocata nel regime del possesso non in quello della gratuità”. E

Questo atteggiamento interiore origina l’invidia che prende possesso del cuore delle persone, fa vedere tutto in funzione di se stessi; essa nasce dalla paura di perdere quello che riteniamo aver ottenuto con i nostri meriti, anche la “Salvezza”.

Quella degli invidiosi è una religiosità immatura, narcisista, egocentrica e idealizzata, una religiosità moralistica dove è carente il senso della gratuità: quanto si possiede è realtà propria. Anche la santità e il rapporto con Dio, una realtà “tutta loro”. Delle virtù viene fatto un titolo di merito che permette di sentirsi “a posto”. Quello che è più importante è autogiustificarsi davanti a Dio ed alle persone. E’ un’esperienza religiosa dove è assolutamente carente l’apertura agli altri, il rapporto con il loro “limite che è sentito come un impedimento per la propria affermazione”. Vi è una prevalenza di ciò che si fa su quello che si è per Dio ed emerge il bisogno di farsi valere attraverso le opere, per farsi riconoscere!

Gli invidiosi non si rendono conto che l’amore di Dio non è dovuto a “qualcosa” da fare ma ad un modo di essere. La vita non è un “lavoro”, non dobbiamo aspettare la fine per ricevere il nostro salario (la vita eterna) perché essa non è qualcosa di che viene pagato alla fine della giornata. E’ il lavoro, il modo di affrontare la vita che porta già in sé la sua ricompensa.

 

 

Passi biblici    Is 2,16; Tt 2,12; Mt 19,27; 20,16-22; Mt 20,25-18; Mt 19,13-15; Mt 20,29-34; Lc 18, 9-14; Gv 3, 16; Lc 18,11-12;  Lc 17,20b

 

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