Il Vangelo
L’unità di amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, espressione dell’essere “una sola cosa”, non possiamo comprenderla pienamente perché prendiamo come termine di riferimento le nostre unioni e ci viene da pensare all’esistenza dapprima indipendente di tre persone che in un secondo momento arrivano a costituire un’unità che ha le caratteristiche di una collettività, di una famiglia. E’ fondamentale prendere coscienza del significato che ha in sé e per noi questa unità con la quale Dio si è voluto manifestare nella storia della salvezza: vi è una pienezza di essere personale, di vita, di conoscenza di sé, di libertà e solo queste condizioni rendono possibile un’unione di quel genere.
Quando affermiamo che “Dio è amore” vogliamo dire che vi è pienezza di vita, della quale facciamo professione di fede, quando è presente in ognuno di noi un’altrettanta pienezza di conoscenza di noi stessi e di libertà perché solo chi si possiede può darsi completamente ed è in questo “autodonarsi”, come quello di Gesù, che si manifesta il pieno possesso di se stessi. La frase di Paolo: “…non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura”, significa che Dio non ci ha comandato di annullarci, di delegare la nostra responsabilità e libertà personale per essere degni di lui. Quante volte invece nella vita sociale, familiare, ecclesiale, istituzionale è stata chiesta alle persone la negazione di loro stesse in nome di una presunta comunione.
Per questo non possiamo comprendere la Trinità perché non comprendiamo questo primato della persona e della relazione. Non abbiamo quasi mai la possibilità di vivere da persone libere, di amare ciò che siamo, portiamo continuamente maschere per essere approvati e sia così confermata la nostra presenza ma l’amore rende possibile un’unione nella massima distinzione e differenza tra le persone, proprio come la Trinità, senza pretendere che l’altro cambi. La storia dell’umanità è segnata da questo bisogno egocentrico di appartenenza ma che tutti “siano una cosa sola” non vuol dire questo! E’ difficile sapere chi siamo senza fare riferimento agli altri, per questo l’appartenenza è un bisogno fondamentale e quando esso non è soddisfatto, c’è disagio: depressione, disorientamento, ostilità.
La Trinità vuole far affiorare l’esperienza del nostro esserci individualmente in modo completo, che esistiamo per noi stessi prima che per gli altri mentre nei rapporti questa dimensione viene spesso quasi completamente falsata: diveniamo solo marito e moglie, genitori o figli, facendoci convincere dalle vicende della vita che non possiamo esistere per noi stessi. La professione di fede nella Trinità è l’antidoto contro quella sofferenza che si configura come la “percezione della propria mancata presenza, l’esperienza del proprio vuoto, del proprio non esserci, l’esperienza di vivere sotto forma di privazione per cui l’uomo perde la sua anima, diventa “inanimato”, non può più trasformarsi in nient’altro” che in se stesso, riproducendosi ad oltranza, clonando il proprio senso di individualità egocentrico e la propria esperienza di solitudine.
La Trinità convoca i discepoli nel “nome” di Colui che dà la vita affinchè formino gli uomini in questa esperienza dell’esserci con se stessi e con gli altri. Quando le donne cercano il Salvatore nella tomba l’angelo dice loro: “Non è qui”, chiede di non cercarlo all’interno di un’esperienza di relazione che priva del senso della vita perché la Chiesa non è un’organizzazione ma un organismo che ha vita finchè permette alla vita stessa di circolare nel suo corpo, essa nasce da una relazione e può essere riconosciuta solo in essa.
Passi biblici 1 Gv 4,8.16; Gv 10,18; Sal 36,10; Ger 10,10; Dn 6,27; Ap, 1,4.8; 4,8; Gv 17,21; Gen 2,10.15; Mt 28,6.
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