Anno B / XIII Domenica T.O. – 28 giugno 2015

Il Vangelo

30 -  XIII Domenica T.O. - 28 giugno 2015Sono molte le persone che, come la donna che soffriva di emorragie, hanno esaurito la spinta all’azione ed alla vita, si sono ammalate affannandosi a cercare la soluzione alla domanda di senso interiore, cercando di valere qualcosa per gli altri. Non sono persone in pace con loro stesse; sono in quella fase dell’età dove si pongono gli interrogativi sul senso della vita, in cui fanno i primi bilanci sul percorso intrapreso, si domandano cosa ne abbiano fatto di essa. Nel percorso della vita il dispendio di forze per guadagnarsi riconoscimento, amore, stima, libertà, diritti, sacrificandosi per gli altri è stato talmente alto che le ha svuotate ed inaridite.

Quella donna riesce a trovare il coraggio di dire tutta la “verità”, non ha più bisogno di continuare a dimostrare di essere all’altezza delle aspettative altrui per essere accettata e amata perché Gesù la ama così com’è, essa ha il coraggio di presentarsi così, la fiducia in se stessa le permette di essere debole. E’ l’incontro stesso nella sua semplicità che provoca la salvezza perché in esso è presente la premessa umana di una comunicazione riuscita: è la qualità del nostro modo di essere nelle relazioni che dovrebbe suscitare la vita: questo è evangelizzare. Dovremmo domandarci se dopo averci incontrato una persona può arrivare a sentire il desiderio di vivere oppure ne esce rassegnata a continuare a perdere “sangue” disperdendo il proprio valore, a voler essere riconosciuta da altri nella famiglia, sul lavoro, nelle relazioni della vita di tutti i giorni dove spesso siamo accettati se ci rendiamo disponibili ad adattarti al pensiero comune, guadagnandoci l’accettazione mediante il fare cose per gli altri.

Ora la donna ha compreso che se vuole vivere deve porsi di fronte alla sua “verità”; è in uno stato di abbandono, può essere semplicemente se stessa senza dover più lottare in quella maniera per cercare di essere “qualcuno”, che le venga riconosciuto uno spazio vitale: le sue energie sono impiegate ad un livello più alto che è quello interno, nella conoscenza di se stessa, riesce a sentire dentro di sé la presenza di un significato di vita più profondo ed elevato rispetto a quello per il quale aveva consumato tutto il suo “sangue” e l’aveva portata ad annullarsi rinunciando a tutto ciò che faceva parte della vita e questo le dà la speranza di poter essere guarita.

Nel brano vi è anche l’incontro di Gesù con la figlia di Giairo. “Dodici anni” era l’età in cui una donna diventava adulta, da marito: nel momento in cui essa entra nell’età adulta non riesce più a vivere. E’ la figlia di un capo della sinagoga e la Legge impostagli dall’esterno la fa ammalare: quella morte rappresenta una protesta contro il sistema di quella Legge che non cerca la verità, fa attaccare ostinatamente le persone al passato, le chiude in schemi fissi che vorrebbero dare un senso di stabilità: per questo fa ammalare.

La cosa infatti che colpisce in questo brano è l’atteggiamento della gente che crede che quella morte sia la parola definitiva. Il brano riporta che “deridevano” Gesù dopo che egli dice loro “La fanciulla non è morta, ma dorme”. E’ il riso della disperazione mascherata da incredulità, una reazione all’esperienza della propria impotenza.

Tutta la fedeltà alla Legge non ha permesso loro di comprendere che la morte è solo un passaggio e il nucleo spirituale che è l’essenza di ciò che siamo è immortale; Gesù vuole aprirci al senso di atemporalità e di eternità dell’esistenza ma per questo è necessario essere disponibili a rendere vivo ciò che è vivo in noi e a far morire ciò che deve morire, solo così l’uomo può rendersi consapevole della parte più profonda e più vera di se stesso, “prendere coscienza di quel nucleo… che per sua natura è eterno e immutabile”[1], tenere aperto il canale della vita.

 

 

Passi biblici   Mc 5,21-43, Mt 11,28; Es 3,8; Lc 19,1-10; Mt 8,14-17

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[1] Cfr. Cercando se stessi, Angela Maria La Sala Batà, L’Uomo Edizioni, p. 134.