Anno A / Domenica VIII – 2 marzo 2014

Il Vangelo        

16 - Domenica VIII - 2 marzo 2014“Non preoccupatevi del domani”! Questa frase di Gesù sembra priva di senso, perché non possiamo non preoccuparci di ciò che accadrà nella vita domani: ci sono degli impegni, c’è da lavorare, da pagare l’affitto, l’assicurazione, il mutuo, da dare una vita dignitosa alla famiglia, da avere il necessario per potersi curare… perciò che senso ha questa frase?

Gesù non dice di non preoccuparci della vita ma di fare un discernimento fra le esigenze, riconoscendo quelle essenziali e di non fare di esse l’idolo che toglie il respiro. L’uomo non deve fare dei suoi bisogni il suo assoluto, nessuno deve immolare la sua vita ad essi. Noi possiamo vivere solo il momento presente, non quello dopo. Anche il domani avrà le sue preoccupazioni, ma se non te ne carichi già ora, con un investimento che ti toglie la forza vitale che ti è necessaria per affrontare il presente, sperimenterai che sai portare quelle di oggi.

Ciò che rende impossibile vivere qui ed ora, è l’ansia del dopo. Il male di domani è sempre insopportabile, soprattutto perché ancora non c’è ed io mi sento nella condizione di non poterci veramente fare niente. Spesso sprechiamo energie nel cercare di evitare ciò che comunque deve avvenire e che poi scopriamo essere un bene, perché ci introduce nell’esperienza del significato della nostra esistenza: che sia una crisi che non è bene in se stessa ma ci dà la possibilità di trovare le risorse interiori per vivere l’oggi, o la morte, che ci introduce nel nostro destino di figli di Dio.

Passi biblici    Es 16,17-20; Mt 4,2-4; Lc 4,2-4; Mt 6,25-34; Lc 12,16-21; Mt 22-1-14; Is 58,2; Mt 12,34; Rm 12,1.

 

 

L’accompagnamento spirituale     

La pazienza(l’hypomoné) è la virtù maggiormente sottolineata come antidoto all’accidia, un pensiero così subdolo e instabile che insinua continuamente l’illusione che altrove ci saranno guarigione e liberazione da una situazione opprimente, che in un altro luogo si potranno realizzare quei desideri ora frustrati. Gli antichi monaci hanno individuato un primo e fondamentale rimedio: pazientare e non fuggire.

La stabilità nel tempo è la capacità di perseverare, di continuare un cammino, anche se si è tentati di scoraggiamento o di interrompere la via che si è intrapresa. Nella perseveranza e nella pazienza si possiede veramente la propria vita perché, liberamente, si sceglie di impegnarla/donarla “per sempre”.

Un tempo in cui ci è data la possibilità di perseverare è il quotidiano: rimanere nel quotidiano, senza “sognare la vita”, fuggendo, in qualche modo, dalla sua precarietà e fragilità. Comporta una rinuncia a tutte quelle illusioni che ci appaiono come alternative al presente; comporta accettare se stessi e l’altro; comporta accogliere le fatiche dei propri impegni e lavori o il peso della comunità in cui siamo inseriti; abitua e permette di accettare le tappe della propria vita con i loro limiti costitutivi e le loro ricchezze. Significa rimanere nel luogo in cui si è scelto di vivere: fuggire lo spazio che ci circonda sarebbe solo una fuga da se stessi.

 

 Passi biblici    Mt 10,22; Lc 21,19; Lc 21,28; Fil 2,8; Eb 12,2; Lam 3,26.